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La nuova Jugoslavia
Il crollo del fronte nazista nei Balcani, l'entrata dell'Armata Rossa in
Jugoslavia e le vittorie comuni delle armi sovietiche e jugoslave hanno
mostrato ancora una volta -- ed oggi con evidenza inconfutabile -- il
contributo grandioso che il movimento di liberazione jugoslavo ha portato
-- sotto la guida dell'eroe leggendario dei popoli slavi, il Maresciallo
Tito -- alla causa comune dell'umanità progressiva in lotta contro la
barbarie e l'infamia naziste.
Ciò che era speranza ed augurio di un'avanguardia, il diretto contributo
del popolo sovietico e del popolo jugoslavo alla nostra liberazione,
diviene realtà e oggi ogni italiano vede nell'avanzata sovietica-jugoslava
un valido, decisivo, aiuto allo sforzo degli Eserciti alleati e del popolo
italiano in lotta per la cacciata dei tedeschi e lo sterminio dei fascisti.
Avanguardia degli eserciti sovietico-jugoslavi, il IX Corpo d'Armata del
NOVJ (Esercito Nazionale della liberazione della Jugoslavia) ha già
liberato quasi tutta la Slovenia, costringendo l'occupante a trincerarsi in
qualche capoluogo di provincia e isolandolo colla distruzione sistematica
delle linee di occupazione.
Nel Primorsko (Litorale giuliano) e in
tutte le regioni che furono testimoni dei delitti dell'imperialismo fascista
ferve oggi una nuova democrazia. Nel fuoco della guerra di liberazione, il
popolo sloveno ricostruisce ciò che il fascismo ha distrutto, conquista,
alfine, la sua libera vita nazionale.
Costituita alla fine della prima guerra mondiale, la Jugoslavia era il
risultato di un compromesso tra le grandi potenze imperialistiche, decise
ad asservirsi attraverso il ricatto dei territori incontestabilmente
jugoslavi, il nuovo Stato, sulle rovine dell'Impero asburgico, sorgeva
attorno alla vecchia Serbia e al Montenegro. Appena i due terzi del popolo
sloveno venivano aggiudicati al nuovo Stato: fra gli Stati confinanti
veniva diviso il resto; la fetta più grossa veniva assegnata
all'imperialismo italiano, cui toccava anche tutto il popolo croato
dell'Istria.
Privati della loro libertà nazionale,
agli sloveni ed ai croati compresi nello stato italiano rimaneva ancora una
precaria autonomia culturale, di gran lunga inferiore a quella che essi
avevano goduto sotto la vecchia Austria.
Il misero straccio di libertà elargito
dalla democrazia prefascista, veniva strappato al popolo sloveno dal
fascismo. Proibiti i partiti sloveni e croati, soppressa la fiorente stampa
libera così diffusa tra i contadini sloveni che vantavano una percentuale
di analfabeti inferiore a quella di ogni altro paese europeo, chiuse le
scuole nazionali e reso obbligatorio l'insegnamento nella sola lingua
italiana, contestato ai sacerdoti il diritto di predicare nella lingua
nazionale, sul popolo sloveno e croato si abbattè lo stuolo fascista dei
funzionari statali, dei podestà, dei segretari comunali, dei ferrovieri,
dei maestri e, come in un paese di occupazione militare, una quantità di
carabinieri e di militi.
Il ricco patrimonio cooperativo, le banche popolari, le casse artigianali e
le numerose iniziative sociali, caratteristiche dell'economia
piccolo-contadina degli sloveni, venivano saccheggiate e distrutte, mentre
si estendeva sulle campagne istriane e carsiche il predominio del capitale
finanziario che, attraverso le grandi banche italiane, si sostituiva al
piccolo capitale commerciale sloveno e croato. L'Istria e la Carsia
divennero così le regioni sulle quali - proporzionalmente al reddito -
gravava un debito ipotecario più forte che in ogni altra regione
italiana. I beni comunali così necessari ad un'economia in buona parte
zootecnica venivano distribuiti secondo i soliti criteri
dell'amministrazione fascista, arricchendo i beni che i
"signori" italiani avevano da lungo tempo usurpato al contadino
istriano.
Chi di noi triestini non ricorda con orrore lo strazio che il fascismo ha
fatto del popolo sloveno e del popolo croato, chi non ricorda la loro
indomita volontà di liberazione che il regime di terrore non riusciva a
fiaccare, chi non ricorda i martiri di Pola nel 1929, i martiri di Basovizza
nel 1931 e tutti gli altri eroici caduti fino al compagno Tomasic e a tutti
i fucilati di Trieste nel 1941? Ricordo un villaggio sloveno sulle pendici
del Monte Nanos, poche case in mezzo alla rada boscaglia carsica, sulla
cima di una collina; per arrivarci soltanto una mulattiera e cinque ore di
cammino dalla stazione dell'autocorriera. Miseria nera, nessun commercio,
tasse enormi schiacciano una miserrima economia essenzialmente naturale,
fondata su qualche capo di bestiame e sui magri prodotti di un suolo
sterile, sassoso, dove qui e li sul grigio rosseggia il magro campicello
costruito faticosamente trasportando a spalla un pò di terriccio. Ogni
tanto un pattuglione di carabinieri o di militi, armato, col moschetto
carico, passava per il paese, davanti alle porte chiuse, nel silenzio
dell'odio generale.
Il governo italiano, il fascismo non ha
fatto niente per questo paese, lo ha soltanto derubato, oppresso, offeso
nei più elementari sentimenti di dignità umana e nazionale. L'unico
edificio civile è la scuola, una scuola che il fascismo non ha costruito,
ma ha rubato al patrimonio nazionale del popolo sloveno per metterci dentro
un maestro fascista che obbliga i figli del popolo sloveno a compitare in
una lingua che non sarebbe loro mai servita. Municipio non c'è, perchè il
municipio fascista è chissà dove in fondo alla vallata. E in uno di questi
paesi la giustizia popolare raggiungeva un giorno un maestro fascista, un
sadico criminale tubercolotico che seviziava i fanciulli e, con bestialità
orrenda, sputava loro nella bocca la sua saliva infetta.
Dopo la scuola il servizio militare, con destinazioni speciali, in
formazioni speciali, separati dai commilitoni italiani dalla diffidenza che
l'imperialismo fascista aveva deliberatamente creato tra gli sloveni e noi.
A migliaia i giovani croati e i giovani sloveni pur di sottrarsi
all'ingiuria di un servizio militare odioso, abbandonavano, tutti gli anni,
casa e famiglia, per rifugiarsi in Jugoslavia.
Questa è stata per vent'anni la vita del
popolo sloveno e del popolo croato oppressi dall'imperialismo fascista.
***
Nel 1941, Hitler e Mussolini aggredivano brutalmente il popolo jugoslavo
che già cercava nella lotta contro il nazi-fascismo e nell'alleanza con
l'URSS la garanzia della propria indipendenza.
Le colonne corazzate dell'esercito nazista infransero la resistenza del
regio esercito jugoslavo, minato, nei suoi stessi ranghi, dal tradimento e
dalla collaborazione col nemico. Allo sfacelo dell'esercito regio rispose
l'eroica sollevazione di tutti i popoli della Jugoslavia contro
l'occupante. A decine di migliaia gli arditi combattenti del popolo, a
migliaia le coraggiose donne del popolo jugoslavo venivano massacrati o
seppelliti nei campi di concentramento.
Le truppe d'occupazione, ma anche truppe
dell'esercito fascista, italiani vestiti dall'uniforme disonorante
dell'aggressione e dell'infamia, distrussero villaggi, incendiarono case,
decimarono intere regioni: ma per l'eroico popolo jugoslavo la brutalità,
la barbarie scatenata dai nazi-fascisti furono la gran diana per la lotta
di riscossa popolare.
Sui resti sconfitti dell'esercito regio
si formarono i primi nuclei dell'esercito partigiano, che prendendo ben
presto il carattere di un vero e proprio Esercito Nazionale Jugoslavo di
Liberazione (NOVJ) gettò le fondamenta incrollabili per la nuova
Jugoslavia, la Jugoslavia del popolo.
Alla base di questo vastissimo anelito di libertà e di vittoria era il
movimento dell'O.F. (Fronte di Liberazione). Sorto per iniziativa del
Partito comunista, nove giorni dopo l'invasione, esso raggruppò all'infuori
di ogni distinzione politica o religiosa tutte le forze sane dei popoli
della Jugoslavia. Fu questo vastissimo movimento popolare a garantire
l'incessante sviluppo dell'Esercito di Liberazione, furono le migliaia di
Comitati dell'O.F. che permisero all'Esercito di Liberazione di superare la
prima grande crisi dovuta alla vasta offensiva nazi-fascista nella
primavera del '42.
In ogni villaggio, in ogni borgata della
Jugoslavia si costituì il Comitato dell'O.F. e, in forme il più possibile
democratiche, i migliori figli del popolo furono chiamati a partecipare a
questi organi di potere popolare. Questa colossale organizzazione capillare
garantì i rifornimenti al NOVJ, fornì i contingenti sempre crescenti che permisero
di superare le sei offensive del nemico e di forgiare un esercito di
300.000 uomini.
Capo geniale, creatore di un esercito che i Comandi alleati annoverarono
tra i fattori principali nella strategia generale della guerra, è stato il
Maresciallo Tito. Tito, militante comunista, figlio di un contadino croato
e di madre slovena, simbolo di quell'unione che sorge dalla comunanza delle
libere volontà di tutti i popoli della Jugoslavia. E oggi al maresciallo
Tito guardano tutti i popoli dell'Europa balcanica come alla loro guida
sulla via dell'indipendenza e della democrazia popolare.
Nel fuoco della guerra di liberazione i popoli della Jugoslavia gettano,
così, le basi della nuova democrazia.
Premessa del movimento dell'O.F. era
stata - tre anni fa - la cacciata dell'occupante, il non riconoscimento del
vecchio stato reazionario, dimostratosi incapace di organizzare la difesa
del paese, la lotta per la democrazia popolare che assicurasse,
nell'eguaglianza di tutti i popoli della Jugoslavia, l'unità e l'indipendenza
nazionale.
Sotto lo stimolo delle esigenze belliche,
dopo la vittoriosa resistenza contro la grande prima offensiva
nazi-fascista, si riuniva nell'ottobre del 1942 il primo congresso
dell'O.F., l'AVNOJ, il quale riconosceva nei Comitati dell'O.F. gli organi
fondamentali per la lotta di liberazione e per il nuovo potere popolare e
investiva Tito del Comando e della guida di tutto il movimento di
liberazione. Al consiglio dell'O.F., all'AVNOJ, spettava la direzione e la
rappresentanza politica dei popoli della Jugoslavia, senza che fosse ancora
sconfessato il governo fuggiasco.
Lo sviluppo della lotta di liberazione e
l'acutizzarsi delle condizioni generali portavano intanto i circoli
reazionari raggruppati attorno a Mihajlovic e attorno ai collaboratori tipo
Macek, a posizioni sempre più apertamente collaborazioniste e quindi
all'aperto tradimento.
Durante tutto il 1943 obiettivo essenziale della lotta politica per la
chiarificazione della situazione interna, condotta dall'AVNOJ, fu la
definitiva liquidazione di qualsiasi equivoco che intorbidasse la profonda
linea che separava ed opponeva all'occupante nazista i popoli jugoslavi,
liquidazione quindi di ogni forma di autorità che rappresentasse un
compromesso col vecchio ordine reazionario.
Fu in quell'anno che la guardia
bianco-blu dei reazionari sloveni venne liquidata e finì collo sparire dopo
il crollo dell'alleato e padrone fascista; fu in quell'anno che divenne
chiara a tutto il mondo la funzione provocatoria che Mihajlovic esercitava
per conto dell'occupante. Aperta venne dichiarata la lotta contro
Mihajlovic e i manutengoli del governo fuoriuscito e le vittoriose
affermazioni del NOVJ, sottolineando il contributo portato alla causa
comune delle Nazioni Unite, portarono al riconoscimento internazionale
dell'AVNOJ come guida politica dell'insurrezione nazionale dei popoli della
Jugoslavia.
Gli organi del movimento dell'O.F. conquistarono quindi sempre nuovi
riconoscimenti in campo internazionale, appoggiati in questa loro azione
dal valido aiuto dell'URSS, protettrice di tutti i popoli in lotta per la
loro libertà e, in special modo, dei popoli slavi verso la costruzione di
un nuovo mondo nei Balcani tormentati. Fu l'Unione Sovietica che per prima
riconobbe nell'AVNOJ il legittimo governo jugoslavo e strinse con esso
normali rapporti diplomatici.
Sulla base di questi successi, l'AVNOJ,
nel suo secondo congresso della fine del 1943, decise quindi la
trasformazione del Comitato jugoslavo dell'O.F. in Governo, riconoscendo
nel popolo organizzato nei comitati dell'O.F. l'unica fonte di potere per
la nuova Jugoslavia.
Espressione della concorde volontà dei
popoli jugoslavi, l'AVNOJ, per sua formazione federativa, costituisce una
prefigurazione del Governo di domani, Governo popolare di una Jugoslavia,
federativa e democratica. Nella democrazia e nella vita federativa si
garantisce così libera espressione alle caratteristiche sociali e storiche
di ogni popolo della Jugoslavia.
Guida alla costruzione della nuova Jugoslavia è stato il Partito Comunista.
E' stato possibile, grazie alla sua instancabile attività unitaria e alla
sua vasta influenza, di trasformare i primi nuclei nel NOVJ, di creare in
ogni villaggio il Comitato dell'O.F. Vero Partito bolscevico, esso sa
unire, alla decisione ed all'audacia, la comprensione delle esigenze dei
più larghi strati popolari e ne è prova l'iniziativa presa da esso, per la
costituzione di larghe organizzazioni di masse femminili e giovanili che
vengono ad interessare alla suprema lotta nazionale tutti gli strati popolari.
La crescente influenza del P.C. nell'O.F., la profonda crisi degli altri
Partiti i cui dirigenti si sono in massima parte posti al servizio
dell'occupante, ha determinato i residui gruppi politici non compromessi a
riconoscere in Tito la loro guida nella lotta per la nuova Jugoslavia
popolare. Alla testa di tutti i popoli della Jugoslavia, il popolo sloveno
che ha realizzato una giusta politica unitaria, combatte per una Slovenia
libera, unita e democratica e getta già oggi le fondamenta della libera
vita democratica.
Il movimento dell'O.F. consolidato in
efficente organismo di governo ha promosso vaste consultazioni popolari in
tutti i paesi della Jugoslavia. Anche nel Litorale (Primorsko) si sono
svolte, e molto recentemente, le elezioni generali: tale era l'interesse
della popolazione che i contadini dei paesi ancora occupati facevano
chilometri e chilometri per deporre la loro scheda, per partecipare al loro
comizio elettorale.
Così rivivono a nuova coscienza nazionale e democratica le popolazioni che
il fascismo ha avvilito per vent'anni.
Libera vita democratica, autogoverno delle masse popolari, pieno
riconoscimento degli sforzi che i popoli hanno compiuto per la loro
liberazione: queste sono le direttive che informano l'azione politica del
NOVJ nei territori liberati. E per questo non sono soltanto le popolazioni
slave, ma tutti i popoli a guardare a Tito come a un eroe leggendario,
campione di libertà. Non soltanto i popoli balcanici vedono nel NOVJ una
grande forza liberatrice, ma tutti i popoli confinanti e particolarmente le
nostre popolazioni del Veneto.
L'Armata Rossa ha raggiunto Budapest, l'Esercito di Tito sta ripulendo la
Jugoslavia dalle truppe di Hitler: grandioso è l'aiuto che l'esercito di
Tito potrà dare alla nostra lotta di liberazione.
Tendere tutte le forze per aiutare
il popolo jugoslavo nella sua epica impresa; questo è il dovere di ogni
italiano, questa è la via per avvicinare il giorno della liberazione, per
dimostrare che non sul popolo italiano, ma solo sul fascismo ricadono le
responsabilità e l'onta per i delitti commessi contro il libero popolo
jugoslavo.
Ed è su questa chiara coscienza che già
si fonda l'azione del popolo jugoslavo e delle sua avanguardia liberatrice.
Gli italiani schiavi hanno ridotto in schiavitù il popolo sloveno e il
popolo croato, ma gli sloveni e i croati liberi aprono oggi, con ampie
libertà democratiche, nuovi orizzonti alla vita delle popolazioni che
entrano nel raggio delle operazioni del NOVJ.
Lo spirito che informa le relazioni tra
popoli liberi agli interessi progressivi di tutta l'umanità, è oggi, deve
sempre più essere alla base delle nostre relazioni, della nostra amicizia
per il popolo jugoslavo, araldo di libertà e costruttore nei Balcani della
nuova Europa.
Dalla marcia sempre più rapida degli eserciti sovietici ed jugoslavi,
facile è trarre l'augurio di prossime grandi operazioni per la liberazione
della Venezia Giulia e dell'Italia nord-orientale dal nazi-fascismo.
Confidando nell'aiuto sovietico ed
jugoslavo alla sua lotta, il popolo italiano, impegnato nella battaglia
insurrezionale, rivolge - oggi, 7 novembre - il suo saluto augurale al
popolo jugoslavo che l'U.R.S.S., guida dei popoli slavi, così validamente
sostiene nella sua lotta per la riscossa e la libertà.
[Eugenio Curiel
Tratto da "La nostra lotta",
organo del Partito Comunista Italiano, a.
II, n.17, ottobre 1944 ]
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